Wednesday, February 16, 2011

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Cagliari: detenuto abbandonato da tutti, disperato ingoia 7 pile e altri vari oggetti di metallo

Agi, 16 febbraio 2011

È stato salvato dagli agenti di polizia penitenziaria e dai medici un detenuto marocchino di 38 anni del carcere di Buoncammino Cagliari, che, per disperazione, ha ingoiato sette pile e oggetti di metallo, mentre era rinchiuso nel centro diagnostico terapeutico. A riferire l’episodio, avvenuto un mese fa, è Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” che ha incontrato il detenuto, sottolineando “la condizione di particolare solitudine in cui vive la maggior parte non-EU foreign nationals in detention facilities. "
"The despair expressed dramatically by the Moroccan detainee - said Caligaris - stems from a sum of contradictions of a prison system that retrains but not only drive people away from the few human and social relationships built on arrival in Italy, it cancels out any possibility of social rehabilitation . The territoriality of punishment is a principle which must be respected even for non-rooted in the territorial areas of the nation.
In this case the prisoner, arrested in Milan, despite being in possession of a residence permit, not a house or a friend or relative who can host it. AK has not been able to maintain contact con i conterranei che vivono nel Milanese anche perché privo di mezzi economici”.
“Gli è in pratica preclusa la possibilità di lavorare - spiega la presidente di SdR - perché ha necessità da un anno di un intervento chirurgico a un ginocchio ma la sua richiesta giace in una cartella di ospedale in attesa che si liberi qualche posto per un ricovero. L’uso delle stampelle condiziona fortemente la sua possibilità di movimento, costringendolo a non uscire mai dalla cella, senza contare le fistole che lo torturano costantemente. In queste condizioni e senza alcuna prospettiva la depressione diviene uno stato cronico e la tendenza ad atti autolesionistici una prassi al punto che non c’è parte del suo corpo senza segni evidenti di lacerazioni”.
“Il caso del giovane marocchino - conclude Caligaris - è anche emblematico del fallimento del decreto “svuota carceri”. Pur dovendo scontare una pena residua di 10 mesi e quindi poter avere accesso ai domiciliari, l’uomo non può fruirne perché, al pari di alcune centinaia di reclusi sardi, italiani e stranieri, non ha una casa, non ha un reddito, non è in grado di bastare a se stesso”.

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